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Employer Branding: attrarre e trattenere i talenti con il marketing

5 Giugno 2024

L’employer branding è marketing applicato alle risorse umane. Il video parte da un cambio di prospettiva semplice e radicale: il dipendente va trattato come un cliente, lungo tutto il suo viaggio in azienda, dall’attrazione fino al giorno in cui se ne va. È la logica che noi di ESC Agency, da Modena, portiamo nei progetti B2B quando il marketing incontra il mondo HR.

Cos’è l’employer branding

L’employer branding è l’insieme di strategie con cui un’azienda costruisce e comunica la propria identità come datore di lavoro, per attrarre e trattenere le persone giuste. In pratica è marketing rivolto verso l’interno e verso il mercato del lavoro: invece di un prodotto, l’azienda racconta sé stessa.

In Italia il tema è spinto da due pressioni concrete: la sostenibilità del conto economico e la produttività organizzativa. Per questo molte aziende hanno intensificato il lavoro su valori e purpose, perché oggi non è più sufficiente essere un’azienda di prodotto o di servizio. Il talento vuole sapere chi sei come organizzazione, non solo cosa vendi.

I quattro assi della employer value proposition

La employer value proposition è la promessa di valore che un’azienda offre a chi ci lavora, e oggi si gioca su quattro assi, non solo sullo stipendio. Presidiarli tutti e quattro è ciò che separa le aziende che attraggono talenti da quelle che li rincorrono.

  • Corporate identity e purpose: chi sei come azienda, oltre a ciò che produci.
  • Flessibilità e smart working: rispondere ai nuovi bisogni organizzativi delle persone.
  • Sviluppo delle carriere e diversity: percorsi di crescita reali e contesti inclusivi.
  • Impatto sul territorio: restituire alla comunità locale parte del valore che crei.

Il dipendente come consumatore: il viaggio del talento

Il viaggio di una persona dentro l’organizzazione è molto simile a quello di un consumatore che valuta e acquista un prodotto. Il consumatore passa per brand awareness, acquisto, fidelizzazione e recensione; il talento attraversa attraction, onboarding, retention e infine il momento in cui diventa ambassador.

Questo parallelismo non è un esercizio di stile. Significa che ogni fase del rapporto con un dipendente può essere progettata con gli stessi strumenti con cui si progetta una buona strategia di marketing: ascolto dei bisogni, messaggio coerente, esperienza curata. Cosa succederebbe se trattassi ogni candidatura con la stessa attenzione che dedichi a un lead commerciale?

Attraction: attrarre i talenti giusti e ridurre il cost per hire

L’attraction efficace non punta al massimo numero di candidature, ma alle candidature giuste per la tua specifica organizzazione. Quello che funziona in un’azienda non è detto serva in un’altra, con un business diverso e un livello di maturità diverso.

Il video lo spiega con un esempio netto: se da un annuncio arrivano 1.000 candidature ma solo 5 sono in target, hai investito tempo ed energia enormi per un risultato minuscolo, con un cost per hire altissimo. Il targeting preciso ribalta il conto: meno candidature, ma pertinenti, abbassano il cost per hire e accelerano i tempi di assunzione, evitando la trappola del “mi accontento perché la posizione va coperta”.

Ampliare il bacino dei talenti con smart working e flessibilità

Lo smart working e gli orari flessibili allargano il bacino di talenti perché rimuovono i vincoli geografici più stringenti. La fishing pool da cui peschi diventa molto più ampia, e questo ti permette di trovare esattamente il livello di competenza e maturità che ti serve.

Il punto non è pescare di più, ma pescare meglio. Ampliare il bacino serve proprio a rispettare la specificità del bisogno: la persona giusta per quel ruolo, in quel momento dell’azienda.

Onboarding: colmare il reality gap con la trasparenza

Il reality gap è la distanza tra la narrazione fatta in fase di selezione e la realtà quotidiana del lavoro, ed è una delle prime cause di turnover immediato. Quando il racconto è gonfiato, il nuovo arrivato subisce uno shock culturale e se ne va.

La soluzione è la trasparenza già nella fase di ingaggio: raccontare con onestà cosa sarà davvero il lavoro. Se sono stato chiaro con i miei futuri “consumatori interni” su identità e contenuto del ruolo, l’onboarding non genera sorprese e l’integrazione parte sulla fiducia.

Retention: trattenere i talenti adattandosi ai loro bisogni

La retention nasce dalla capacità dell’organizzazione di adattarsi ai bisogni che cambiano nel tempo. Le aspettative di una persona all’ingresso non sono quelle che avrà dopo qualche anno.

Il percorso tipico ha tre momenti: l’ingresso, centrato su ruolo e aspettative; la crescita, fatta di sviluppo di carriera e nuove sfide; la maturità, in cui emergono la ricerca di purpose, l’equilibrio, l’impatto sul territorio e la flessibilità. Mantenere vivo l’interesse lungo queste fasi è ciò che abbatte il tasso di turnover.

Purpose e impatto sul territorio: il legame che trattiene

Il purpose diventa tangibile quando si traduce in un legame concreto con il territorio. Uffici e siti produttivi non sono entità isolate: esistono in uno spazio fisico e sociale, dentro una comunità.

Restituire a quella comunità parte del benessere che l’azienda crea trasforma il purpose da slogan a fattore di retention reale e misurabile. Le persone restano più volentieri dove sentono che il proprio lavoro ha un impatto che riconoscono.

Offboarding e l’effetto Glassdoor: chi esce diventa ambassador

Prima o poi le persone andranno via, è fisiologico, ed è qualcosa con cui anche i manager devono imparare a fare pace. Un’uscita gestita bene trasforma l’ex dipendente in un ambassador: quando un domani un amico gli chiederà com’era lavorare lì, risponderà che era un buon posto.

È quello che ESC chiama l’effetto Glassdoor, come TripAdvisor portato nel mondo del lavoro: referenze e passaparola sono oggi il motore principale della reputazione di un’azienda come datore di lavoro. Nessuno conosce un’organizzazione meglio di chi ci ha vissuto dentro, e lo stesso vale per la comunicazione interna che coinvolge i dipendenti mentre ci sono ancora.

La matrice dell’employer branding: strumenti e fasi del viaggio

L’employer branding funziona quando ogni leva è allineata alla fase del viaggio in cui serve. Questa è la sintesi che lega le quattro fasi agli obiettivi e agli strumenti.

Fase del viaggio Obiettivo Leva di employer branding
Attraction Attrarre i talenti giusti, abbassare il cost per hire Targeting preciso ed employer value proposition chiara
Onboarding Colmare il reality gap Trasparenza tra promessa e realtà quotidiana
Retention Trattenere adattandosi ai bisogni Purpose, crescita, flessibilità, impatto sul territorio
Offboarding Trasformare chi esce in ambassador Uscite gestite bene e reputazione (effetto Glassdoor)

È un ciclo continuo, non una sequenza lineare: gli ambassador di oggi generano l’attraction di domani. Per questo conviene leggere l’employer branding come un ecosistema del talento, dove ogni fase alimenta la successiva.

Domande frequenti sull’employer branding

Qual è la differenza tra employer branding ed employer reputation?

L’employer branding è ciò che l’azienda costruisce e comunica attivamente come datore di lavoro, mentre l’employer reputation è la percezione che ne hanno candidati e dipendenti. La prima è la strategia, la seconda è il risultato che si misura anche su piattaforme come Glassdoor.

Quali sono alcuni esempi di employer branding?

Esempi concreti di employer branding sono una employer value proposition esplicita su carriera e flessibilità, annunci di lavoro che raccontano con onestà il ruolo reale, politiche di smart working che ampliano il bacino dei talenti e iniziative di impatto sul territorio. Tutte azioni che agiscono su una fase precisa del viaggio del dipendente.

Come si misura l’employer branding?

L’employer branding si misura con indicatori legati al viaggio del talento: il cost per hire, i tempi di assunzione, la qualità delle candidature in target e il tasso di turnover. Sono gli stessi numeri che il video usa per dimostrare il valore del targeting preciso rispetto all’approccio a strascico.

L’employer branding serve solo alle grandi aziende?

No, l’employer branding è rilevante anche per le PMI e per le aziende B2B industriali. Anzi, dove il bacino di talenti specializzati è ristretto, una employer value proposition chiara fa spesso la differenza tra trovare la persona giusta e doversi accontentare.

Scritto da Davide Fornasiero, Managing Director di ESC Agency (Modena). Scopri il metodo ESC.

Alberto è un consulente di Change Management specializzato in trasformazione digitale ed esperienza cliente. Supporta aziende pubbliche e private in progetti di innovazione organizzativa ed è Managing Director e Partner di ESC Agency.


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